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Omicidio Tanina, le ‘‘verità’’ e i dubbi

Fiumicino. De Filippis ripercorre i fatti precisando che con la donna non c’era un vero legame sentimentale. Il legale della famiglia della vittima: "Il suo non sembra un pentimento sincero"

di FABIO BERETTA 

FIUMICINO - «Un raptus di rabbia». Dall’udienza preliminare del processo a carico di Andrea De Filippis, il personal trainer reo confesso di aver ucciso e occultato il corpo di Tanina Momilia, emerge un nuovo racconto su cosa accadde in quella maledetta domenica di ottobre di appena un anno fa. Come raccontato dal suo legale, l’avvocato Cristian Milita, nel Tribunale di Civitavecchia, davanti ai familiari della donna uccisa con un colpo alla testa, De Filippis ripercorre i fatti, precisando che tra lui e Tanina non c’era un vero e proprio legame sentimentale, ma dei rapporti occasionali. E in quel periodo il personal trainer era fidanzato. «Stavano litigando - prosegue Milita - e la discussione è degenerata mentre erano nello sgabuzzino della palestra. Qui Tanina gli ha messo una mano attorno alla gola. De Filippis, in un raptus di rabbia, trovandosi a portata di mano un manubrio da peso, ha risposto a quel gesto colpendola». «Ma il mio assistito, che è per la non-violenza, nonché un devoto del Dalai Lama, non riconosce se stesso in quel gesto omicida», sottolinea il legale del personal trainer, spiegando così le parole pronunciate dallo stesso De Filippis davanti ai giudici: «Chiedo scusa. Quel giorno la mia mano è stata armata dal diavolo». «Quando inizialmente ha chiesto perdono - dice l’avvocato Anna Maria Anselmi, legale della famiglia di Tanina -, De Filippis mi è sembrato davvero pentito. Ma quando ha aggiunto quelle frasi denigratorie nei confronti di quella ragazza uccisa ho avuto come l’impressione che quel pentimento non fosse sincero». L’udienza preliminare, prosegue Anselmi, per «i familiari di Tanina è stata una grande prova. Stanno malissimo, sono molto provati. Trovarsi davanti l’uomo che ha ucciso la loro figlia, la loro madre, è stato doloroso». Dalle indagini non è emerso nulla sulla presenza di un presunto complice. «Non ci sono prove a carico di altri - aggiunge l’avvocato della famiglia di Tanina -, ma a mio avviso, come difensore, rimane il dubbio che possa essere stato aiutato da qualcuno, non durante l’omicidio ma dopo, nell’occultamento del cadavere. In me questo dubbio permane, anche se ufficialmente l’unico responsabile è lui». Sul personal trainer reo confesso pendono accuse pesanti: omicidio volontario con le aggravanti dei futili motivi, occultamento di cadavere, crudeltà e sevizie. De Filippis è stato rinviato a giudizio con rito abbreviato e la prima udienza del processo è fissata al 28 gennaio 2020. Il rito abbreviato, spiega Anselmi, «porta a uno sconto della pena, ma io mi auguro che venga dato il massimo che si possa avere con lo sconto, ovvero almeno trentanni anni. Potremmo dirci ‘contenti’ se gli verrà data una pena tra i venti e trent’anni». «Il mio assistito - precisa l’avvocato Milita - si è assunto la totale responsabilità del fatto. Lui stesso pretende una pena giusta. Non si toglie la vita perché avendo già distrutto una famiglia, morendo distruggerebbe anche la sua e quella di sua figlia che, al momento, è l’unico motivo che lo spinge a vivere». In attesa dell’udienza, De Filippis resta rinchiuso nel carcere di Velletri, dove è stato spostato su richiesta dell’avvocato Milita poiché minacciato verbalmente in quello di Civitavecchia, dove era stato inizialmente portato, e poi aggredito fisicamente mentre si trovava a Rebibbia. Aggressioni dovute probabilmente al fatto che il personal trainer è un ex poliziotto.

(19 Lug 2019 - Ore 07:53)

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